Eracle e la follia

Eracle e la follia

Eracle e la follia

FOLLIA

Foucault, in “Storia della follia nell’età classica” (1961), mostra che la follia è anzi tutto, per dirla con termini antichi, scarto dal logos. Il discostarsi dalla ragione, o dallo stile della ragione dell’epoca in cui si vive, lo “sragionare, l’essere irrazionali”, “déraison”, per usare appunto il  termine scelto dal filosofo francese, è, appunto, il tratto distintivo della follia.

Titolo originale dell’opera di Foucault è, non a caso,  “Folie et déraison. Histoire de la folie à l’âge classique” (secoli XVI-XVIII).

Tuttavia è lo stesso Foucault che avverte come la follia possa essere la manifestazione di un sapere oscuro e proibito;

la sapienza superiore, proprio per il suo carattere misterioso, per la sua capacità di attingere a verità altrimenti insondabili, può essere associata alla follia, allo scarto, appunto, dalla ragione di tutti.

Ma la μανία, per gli antichi Greci, è spesso il risultato di una contaminazione che trascina l’uomo nel pozzo profondo del delirio dal quale non potrà uscire con le proprie forze e comunque non prima di aver pagato un altissimo prezzo. Nel sentire comune, naturalmente,  si riterrà di poter curare detta follia attraverso un rito di purificazione che prevedeva riti e formule magiche.

Successivamente, con la scuola ippocratica, si valuteranno invece i vari tipi di μανία e ad essi si cercheranno soluzioni terapeutiche di diversa natura.

Ed eccola, la descrizione della follia.

Euripide la pone, secondo il classico procedimento del λόγος αγγελικός: discorso del messaggero, in bocca al nunzio che ha assistito all’orribile scena della follia di Eracle (resoconto di una strage domestica, tra i più toccanti e riusciti di tutta la tragedia greca):

“Il figlio d’Alcmena stava già per brandire il tizzone con la destra e immergerlo nell’acqua, quando a un tratto ristette muto.  E come s’indugiava, i figli lo guardarono. Ma lui non era più lo stesso, era alterato negli occhi stralunati, dalle orbite gli usciva il bulbo venato di sangue, stillava bava sulla barba folta.

E con un riso allucinato disse: “Padre, perché dovrei sacrificare col catartico fuoco se non ho ucciso prima Euristeo? La fatica sarà poi doppia: adesso d’un sol colpo posso purificarmi.

Purgherò le mie mani del sangue di costui, quando avrò preso la testa d’Euristeo. Spandete l’acqua, gettate i canestri. Chi mi dà l’arco? Chi m’arma la mano? Vado contro Micene: devo prendere leve e picconi per mandare in briciole, scalzandoli di nuovo con il ferro ricurvo, quei macigni dei Ciclopi connessi con righelli rossi e squadre”.

Poi si mosse: non c’era occhio, e  lui affermava d’averlo e di salire sul seggiolino e, come se vibrasse il pungolo, menava con la mano i colpi.  Riso e paura insieme presero i servi: si guardavano l’un l’altro; uno disse:

“Ma scherza o sta impazzendo?” Lui camminava per la sua casa in su e in giù, finché piombò dentro la stanza degli uomini, e diceva d’esser giunto alla città di Niso (non aveva, in realtà, fatto altro che addentrarsi in casa). Quindi si stese per terra, preparandosi un pasto  lì per lì. Restò così per poco, e andò dicendo  d’entrare nelle plaghe e nelle selve dell’Istmo.

Poi, slacciatasi la fibbia, denudò il corpo e faceva la lotta, contro nessuno e chiedeva attenzione per proclamare la propria vittoria, lui da sé, su nessuno”.

(Eracle, vv.928 e segg., trad. di Filippo M. Pontani)

Se riflettiamo su questo, sulle manifestazioni esteriori con cui si pone in evidenza questa follia: lo strabuzzare degli occhi, la percezione distorta del reale resa evidente da frasi e comportamenti inconsulti, la bava alla bocca, vedremo che non c’è nulla di più teatrale, di adatto alla rappresentazione,  della follia.

Follia come disagio, come sentore di una crisi profonda.

La follia dunque potrebbe anche essere interpretata, in senso lato, come un sintomo, sintomo attraverso cui si manifesta la crisi. 

Ma, in quanto tale, essa presuppone l’esistenza di un’anima, di un centro coerente e unitario dove le passioni, i sentimenti, la ragione trovano un loro punto di aggregazione. Solo a queste condizioni è possibile la crisi, cioè la disgregazione.

“Ma lui non era più lo stesso” spiega il Nunzio.

La follia di Eracle

E la crisi è rappresentata qui dal tracollo, dall’annientamento dell’eroe. Dunque quale significato avranno, alla luce dell’innovativa scelta euripidea di collocare questo episodio mitico alla fine della lunga serie di imprese di Eracle, le stesse imprese? Si solleva qui la tragica problematicità di ogni umana grandezza. 

Si mettono in discussione gli dei ai quali Euripide, per usare un’espressione di Nietzsche, “non crede più”, si guarda con costernata compassione alla miseria umana, alle sorti, τύχαις, cui nessuno e nemmeno gli dei sono in grado di sfuggire.

Trama dell’Eracle di Euripide

Paura e riso nell’Eracle di Euripide: il tramonto dell’eroe

Maria Greco

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