Il riso e l’eroe

Paura e riso

φόβος – γέλως

 

Nella tragedia “Eracle” di Euripide il riso compare sia come una delle prime manifestazioni della follia sia come effetto su coloro che vi assistono:

“Eracle” di Euripide

 

“Ma lui non era più lo stesso, era alterato negli occhi stralunati,

dalle orbite gli usciva il bulbo venato di sangue, stillava bava sulla barba folta.

E con un riso allucinato disse:

– Padre, perché dovrei sacrificare col catartico fuoco

se non ho ucciso prima Euristeo?”

(Eracle, vv.931 – 936, trad. di Filippo M. Pontani)

Nella successiva descrizione della follia dell’eroe che lo condurrà ad uccidere moglie e figli, il riso appare poi come effetto su coloro che assistono alla scena:

“Poi si mosse: non c’era cocchio, e lui affermava di averlo e di salire sul seggiolino e, come se vibrasse il pungolo, menava con la mano i colpi. Riso e paura (φόβος e γέλως) insieme presero i servi: si guardavano l’un l’altro; uno disse:

– Ma scherza o sta impazzendo?” (Eracle, vv.947 – 952, trad. di Filippo M. Pontani)

φόβος e γέλως stanno agli antipodi nella concezione epica dell’eroe: l’eroe può scatenare paura, ma guai se arriva a suscitare su di sé il riso.

 

L’eroe ha infatti il dovere di essere terribile,

la sua ira e la sua furia saranno sempre inarrestabili e la paura, φόβος,è una delle sue prerogative più potenti.

Gli avversari e i nemici lo temono, devono temerlo.

Risulta dunque chiarissimo come la sua potenza sia incompatibile con γέλως, il riso. 

Aiace di Sofocle

Se suscita il riso, come già Sofocle aveva ricordato con il suo Aiace, egli è finito. 

“Guarda

– dice di sé Aiace con amara ironia nell’omonima tragedia sofoclea dopo essersi ripreso dalla follia che lo ha indotto a fare strage di armenti scambiati per gli  odiosi Atridi –   

il coraggioso, il forte nei pericoli che non trema in faccia al nemico. Guarda come il braccio è 

gagliardo, terribile contro bestie mansuete! Quali risa adesso mi oltraggeranno!”

(Aiace, vv. 364 – 367, traduz. di E. Cetrangolo)

oppure:

“O tu che dovunque scruti insidioso,

o tu strumento di mali abominevoli, figlio di Laerte,

tu il più abietto, intrigante dell’esercito;

quali larghe risate adesso potrai farti di me per tua gioia!”

(Aiace, vv. 379 – 382, traduz. di E. Cetrangolo)

La follia di Aiace, paradigma di tutti i furori eroici, rappresenta in Sofocle già, nell’esplosione deviata della sua potenza, il culmine e la fine dell’eroe epico, fine di cui non presto si cesserà di parlare,

lo smantellamento dell’eroe epico arriverà infatti fino (e ben oltre) l’età ellenistica -fino ai giorni nostri -. Ne sono un esempio le Argonautiche di Apollonio Rodio con il paradigmatico personaggio di Giasone – non folle, ma dubbioso – e dello stesso Eracle – che rinuncerà alla spedizione perdendosi nella ricerca del giovinetto Ila -;

ma forse ancor di più nell’insulso eroe fuori dal tempo Ida, eroe omerico, si direbbe, trapiantato in un’epoca che ormai degli eroi omerici non ha più cosa farsene, caricatura arcaica e grottesca di un eroe inutile.

Maria Greco

2 commenti to “Il riso e l’eroe”

Author's gravatar

Penso che sia per questa dicotomia risata-follia, che la Poetica di Aristotele fu considerata un libro “pericoloso”, vero?
Baci!

    Author's gravatar

    Cara Francesca, chissà. Questa è l’interpretazione un po’ fantasiosa, ma seducente, introdotta da Umberto Eco a conclusione del suo “Il nome della rosa”. I monaci amanuensi avrebbero infatti omesso di ricopiare la parte della Poetica relativa al riso in quanto quest’ultimo sarebbe stato in qualche modo”insano”, folle, legato al mondo del male. Ma, si sa… è solo un romanzo (o forse no?)

Lascia un commento