L’anello di Gige

L'anello che rendeva invisibili. Giustizia e ingiustizia

anello di gige

 

L’anello di Gige (sulle tracce del racconto di Platone nella Repubblica, L. II, 110d – 140)

 

 

La favola di Gige raccontata da Platone

Gige era un pastore al servizio del re di Lidia. Un giorno, mentre portava al pascolo il gregge, si verificò un caso molto strano: durante un temporale, un terremoto spaccò la terra aprendo un solco profondo.

 

 

Gige scese dentro la voragine formatasi e laggiù vide molte cose meravigliose, tra le quali un cavallo di bronzo cavo. All’interno c’era un uomo morto più grande del normale.

 

 

Gige notò che costui portava un anello d’oro e così, avendoglielo tirato via dal dito, lo indossò, e lo portò via con sé.

 

 

Quando quella sera si trovò a convegno con gli altri pastori, si accorse che, rigirando il castone verso il palmo della mano, egli diventava invisibile ai compagni e, riportandolo di nuovo al suo posto, ritornava visibile.

 

 

Ed ecco che da questo momento iniziano le nefandezze di Gige. Egli si reca dal re e, dopo averne sedotta la moglie, lo uccide, impadronendosi del potere con la complicità di lei.

 

Il commento di Glaucone

Dunque, continua Glaucone, in bocca al quale Platone ha messo questa versione della favola dell’anello di Gige,

 

 

“se si mettessero due di tali anelli uno al dito del giusto e l’altro dell’ingiusto, sembra proprio che non ci sarebbe nessuno così puro da restare saldo nella giustizia e avere la forza di astenersi dal mettere le mani sulle cose altrui … trovandosi con un potere pari a quello degli dei.”

 

 

Infine Glaucone pone in essere un esempio portato alle estreme conseguenze:

 

 

se il giusto, nel comportarsi da giusto, si trovasse nella condizione di non poter dimostrare ad alcuno la sua giustizia, ma solo di esercitarla e di essere trattato quindi da uomo sommamente ingiusto fino ad essere punito, torturato, impalato e di morire tra mille sofferenze, egli imparerebbe certamente a sue spese l’arte dell’ingiustizia;

 

 

viceversa l’ingiusto che potesse apparire giusto a tutti e che avesse l’opportunità, come Gige, di rubare, usurpare, far violenza senza essere mai scoperto, egli sarebbe e continuerebbe ad essere sommamente ingiusto.

 

 

Dolorosamente illuminante poi (almeno ai miei occhi) e, direi, ancora attuale la serie di considerazioni di un altro personaggio del dialogo (Adimanto) che finisce con l’illustrare come, così facendo, si possono, in fin dei conti, gabbare non solo gli uomini, ma, mettendosi di impegno, persino gli dei.

 

 

Questi dei, a furia di lacrime ed espiazioni e suppliche, si lasceranno persuadere e “ci lasceranno impuniti”.

 

 

Ma l’interpretazione centrale è quella che ascoltiamo dalla voce di Socrate.

 

E quello che dice della giustizia, POTETE LEGGERLO QUI

 

Tuttavia, se siete interessati a uomini invisibili, potreste leggere questo estratto:

 IL SIGNOR M. E LO SPECCHIO

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